lunedì 21 dicembre 2020

Unicorn's Christmas

Siamo sulla cima della pendice montuosa più elevata di tutto l'arco alpino. Seduti sulla guidoslitta, ci si presenta innanzi una discesa esemplarmente suggestiva e ferocemente spaventosa. Tu stai in testa, dal momento che per me, se mai stessi davanti, la sola vista basterebbe a convincermi a chiamare un Eli-Uber che ci riporti subito a fondovalle, tanto mi atterrisce. Tu no, tu sei carica, pronta ed elettrizzata, cacci piccoli urli da cui trapela l'amore che percepisci per tutto ciò che sia capace di farti provare scariche di adrenalina pura e non resisti all'idea di sperimentare nuove strade, nuove traiettorie e itinerari mai battuti neanche mentalmente. Prima che io renda troppo palese la mia ovvia e inemendabile fifa da micetto abbandonato con un triste - Sei proprio sicura di volerlo fare? -, ecco che tu levi le mani dai freni e a nulla può l'attrito che io vorrei si frapponesse tra il bob e il ripido pendio che ci separa dal fondo. Attorno a noi svettano chiome innevate di auliche abetaie, ma il moto della slitta è troppo forte, rapido e impetuoso per consentirmi di distinguerne bene le forme. Mi stringo a te, colto dal timore e insieme eccitato per il fatto che ancora non siamo stati disarcionati da qualche ramo caduto per terra e scansiamo ogni sorta di ostacolo ci si pari davanti. Certo, patiamo anche un paio di salti bruschi che quasi ci fanno perdere la presa, ma resistiamo, e nel giro di un paio di minuti ci ritroviamo felici ed esultanti al termine della scarpata.  - Chiudi gli occhi, poeta - mi dici. Obbedisco.

Mi hai portato a pattinare sulla pista eretta in Piazza del Duomo. Neanche il tempo di provare a fare una piccola acrobazia che subito ti sento dire - Ma quella dei Navigli è molto migliore - così ci ritroviamo ai Navigli, a pattinare come pazzi su uno spazio quadrato sopraelevato di pochi metri rispetto al fiume. Ti prendo per mano e ti intimo di chiudere gli occhi. Sei così folle che accetti di farlo, malgrado io provenga da una sola patetica lezione patita otto anni fa e a malapena riesca a stare in piedi. E quale meraviglia! Non solo non cadiamo, ma riusciamo a roteare due volte, disegnando linee atipiche e curiose che neppure i veterani sarebbero capaci di replicare. Possiamo andare a ritroso, simulare un incedere da maratoneti così come chinarci, eseguire un piacevole saltello e atterrare sulle punte come due rondini che cantino la fine della brutta stagione. Forse è proprio questo che ci impedisce di cadere. Tra noi l'affinità è ai limiti dello scandalo. Le mani sono gli assoni da cui dipartono gli impulsi elettrochimici che ci tengono l'uno in balìa della retina neurale dell'altra. È come se non avessimo fatto altro da anni. Ci sediamo a bordo pista, stanchi e sudati e tremendamente soddisfatti. - Non saremmo male come coppia - dico, per poi aggiungere in fretta allorché volti il tuo viso d'un tratto come per fulminarmi - ... di pattinaggio, naturalmente! Potremmo iscriverci alle Olimpiadi 2022, se mai le faranno - Ridiamo entrambi e stavolta sono io che ti chiedo di chiudere gli occhi.

Ci ritroviamo in cima alla Sacra di San Michele. Ho voluto portartici per farti assaporare la bellezza del panorama montano che si dipana intorno a noi non appena ci si sporge dall'altura della bell'Alda. Ha nevicato di recente ma ora il nitore è talmente intenso che pur essendo mezzanotte si distinguono chiaramente le catene di costellazioni che decorano la volta celeste. Abbiamo preso due Brusatà medie, dal sapore di castagna, una specialità del posto. A me tremano le mani perché ho dimenticato i guanti sulla pista da pattinaggio. Le tue invece sono calme e teporose. Stai sorridendo. 

- Santo cielo, è bellissimo! - 

- Mai quanto il modo in cui ti luccicano gli occhi mentre lo guardi - rispondo, senza risparmiarmi, quasi come ne sentissi l'urgenza. Avrei dovuto limitarmi, forse. Dirti solo - È vero, è vero, è tanto bello - sarebbe stato però così scontato che ho dovuto propendere per un'alternativa forse un poco audace. - Poeta...! -

Sorrido e dico adagio - Ho qualcosa per te - 

- Ma sei pazzo? Non dovevi regalarmi nulla -

-  Così sarei stato ancora più amico di m di quanto già non sia, scherziamo? -

- Non farmi ridere che sto finendo la birra. Guarda che te la sputo addosso, nè! -

- A cosa serve lo scaldacollo secondo te? Daii, che sono impaziente di vedertelo aprire -

- Ma non posso aprirlo in un luogo al chiuso? - replichi con sapiente delicatezza. - Comincia a fare freddo qui - 

Annuisco e domando - Hai qualche proposta? - 

- Ovunque mi va bene, tanto sono in ottima compagnia - 

Chiudiamo entrambi gli occhi. Adesso siamo sul terrazzo di una casa che si affaccia sul golfo di Napoli, dalla parte di Sorrento. L'aria mite inebriata di salsedine marina non mi impedisce di provare dei brividi di freddo, che però mi guardo bene dal palesare. 

- Ohh! - ti lasci sfuggire.

- Ero indeciso se materializzarci qui o a Porto Rotondo, ma credo che per farti vedere il mare non esista una prospettiva migliore di questa. -

- Mèrener, è fantastico! - 

Ti consegno il pacchetto. 

- Dai, adesso aprilo! Non hai più scuse - dico febbricitante all'idea di vedere la tua reazione. - Strappa pure la carta con violenza. Tanto io sono una chiavica nell'incartare i regali -

Detto fatto. Cacci un piccolo urlo e il regalo rischia di cascarti dalle mani. 

- Non ci credo! Un unicornooo!! - esclami felice, e cominci a svolazzare come fossi una farfalla. - È così bello! Grazie, grazie, grazie!! - 

- Sai - sorrido - credo di aver capito perché ami tanto gli unicorni. - 

- Ah sì? - 

- Sono andato a informarmi. E ho letto che nell'immaginario simbolico medievale l'unicorno è spesso descritto come un essere vivente piccolo (indice di umiltà) ma invincibile. E chi sei tu se non la quintessenza dell'invincibilità? -

- Ma io me la tiro, non sono mica umile - rispondi storcendo le labbra. 

- Però sei piccola, ahi! - mi prendi a unicornate in testa. Rammendo.

- Fai bene a tirartela perché sai ciò che vali. E questo nessuno te lo può disconoscere. Però sei anche gioiosissima e innervata di solare spontaneità. E la passione che nutri per il tuo lavoro ti porta a essere come Iaso, dèa della guarigione e bella come neanche Afrodite potrebbe mai aspirare a diventare. In te permane un fuoco che non conosce cessazione, né esiste acqua tanto potente da sperare di poterlo spegnere. Arde e scuote e scalpita e divampa e si traduce con il termine passione. Una passione, la tua, che non si limita a ciò che esegui egregiamente tra i reparti di pronto soccorso e di terapia intensiva, ma che sustanzia l'intera tua personalità, dipingendone i panneggi e le varie sfumature secondo il disegno di una vera e propria vocazione a fare del bene. Tu, Anna, migliori la vita alle altre persone, qualsiasi cosa ti capiti di fare. -

- Poeta... - dici solo, empiendo lo spazio che ci separa del tepore di un sospiro commosso dal sapersi tanto pronunciato. 

- E poi sei così bella... - continuo. - La tua bellezza resiste alla sintassi del pensiero che di essa cerco di ricavare. Più mi sforzo di compitare qualcosa che si avvicini a ciò che vedo, più sento che i sintagmi franano e si disperdono. Ogni parola che cerco di ideare vola via, sfumando in un confuso ludibrio di consonanti che rifiutano di coalizzarsi per secernere dalla reazione emotiva a ciò che mi sta di fronte un verbo, un senso, un suono che esuli dal semplice e stentoreo "oooh" di meraviglia che ne deriva. I tuoi occhi inceneriscono i miei versi. Pertanto non posso fare altro che guardarli e riguardarli e riguardarli, tuffandomivi dentro come un palombaro fresco di licenza gli abissi marini dei quali non saprà mai dirsi sazio a sufficienza. -

Passano un paio di secondi, inframmezzati da ciò che a primo ascolto appare come un piccolo singhiozzo. Sono forse lucidi i tuoi occhi? I miei lo sono. 

- Stefano, mi hai detto delle cose bellissime... -

- Che non ti sei mai sentita dire prima? -

- Mai, o meglio , non in questo modo. E non mi conosci nemmeno. - 

Chino il capo un secondo, poi ti guardo e le lenti si inforcano su un volto dall'espressione seria ma non seriosa.

- Certo, non ti conosco, né tu conosci me. Però fammi pure dire che qualcosa sul tuo conto l'avrò pure appreso. Dopotutto abbiamo intrattenuto una corrispondenza virtuo-epistolare per due mesi, senza risparmiarci né fermarci né capire del tutto il motivo che ci spingesse così tanto a cercarci l'un l'altra. Io di te a inizio novembre ero solo al corrente del fatto che fossi una bella persona, gaia e vivace e pazza per la vita in una maniera che in rari casi mi è capitato di vedere in altra gente. Sapevo che sei una fuerza de la naturaleza, ma ancora non ero al corrente del fatto che lo fossi in maniera tanto adorabile. Non ero al corrente del fatto che fossi così saggia, edotta, intelligente. Ricordi forse quando, durante una delle nostre prime lunghe conversazioni, ci scambiammo un paio di messaggi su cosa sia a rendere tale un artista? E sulla ricezione di un'opera d'arte? Mi hai dato certe risposte che sono state in grado di folgorarmi. Non ci conosciamo, però so quanto ami viaggiare, che ti annoia fare shopping e detesti i dolci tanto quanto adori andare a cavallo. A ogni Natale tu e la tua famiglia indossate maglioni a tema con renne, stelle e babbi pacioccosi, e tuo nonno Bepibello addirittura anche a Natale concluso, e tanto gli piace che sarebbe pure capace di indossarlo a marzo o a maggio o a ferragosto in riva al bagnasciuga. So che reggi bene il freddo e dormi sempre scoperta. Quando ti parte in capo una canzone vai avanti a cantarla finché qualcuno non ti chiede di chi sia quel brano. Al mare ci vai per stare ovunque tranne che in spiaggia ad abbronzarti. E per quanti sforzi tu faccia per evitarlo, finisci sempre per avere il culo rosso in virtù di chissà quale orfico mistero. So anche che tu non giudichi mai nessuno per il suo modo di essere o comportarsi. Né tantomeno ti arroghi il diritto di dare consigli, a meno che qualcuno non te lo chieda direttamente. E allora diventi energica  come Temi, che per i greci impersona la giustizia. Una volta scandagliato il problema, doni tutta te stessa e non ti risparmi finché non si è giunti a una soluzione quale che sia. Sei così cortese che domandi sempre scusa, perché pur amando fare battute pensate per creare sintonia e tenere d'umore buono il destinatario del momento, stai comunque attenta a evitare qualsiasi accostamento di parole che a detta tua possano sembrare offensive. Sei tanto empatica, spontanea e diretta da rischiare di essere considerata altezzosa, come se te la tirassi. In realtà, l'unica cosa che non smetti di (at)tirare a te è l'affetto di persone sane e genuine che nel tuo modo di porti vedono riflessa la silhouette di una donna forte, tenace e fiera di se stessa e di ciò che sta realizzando e conseguendo senza consentire ad alcun tipo di barriera mentale di frapporsi tra te e i tremila traguardi che ancora attendono di essere raggiunti. -

Prendo una piccola pausa e ti afferro le mani.

- Sai, in un altro momento avrei pensato che esprimermi in maniera tanto esaltata mi sarebbe costato  l'accusa di sentirmi tacciare di idealizzare fin troppo la destinataria delle mie lodi. Mi è stato detto più volte in passato, e mi ha sempre lasciato da pensare. Con te, però, questo pensiero non si è ancora palesato, non si è visto, non si è posto neppure il problema di fare capolino nella mia testa per chiedermi se gli potessi dare un briciolo di considerazione. Forse perché non me ne importa nulla di suonare come un esaltato, mentre carico di cori il lieto verseggiare che m'intride ora che sei davanti a me e il tuo sguardo si indora di tali cromatismi da paralizzarmi. Forse ti idealizzo troppo, ma scrivere che altro è se non cercare di trarre dall'infatuazione che si subisce una formula alfabetica scattante, capace di restituire nella maniera più fedele possibile l'intensità di ciò che prova secondo dopo secondo e che si spera di continuare a provare per un tempo stimabile come infinito? -

Ti scosto i capelli e ti carezzo il viso. Tutto di me strepita perché avvicini le mie labbra alle tue, tanto muoio dalla voglia di baciarti. Sento però che ancora non ho detto ciò che volevo dirti, che il capitolo è ben al di là dall'essere concluso e che, forse, ciò che meriti davvero di sapere sta in un testo poetico che ancora non ho scritto perché ancora non l'abbiamo vissuto. E confesso che non vedo l'ora di viverlo.

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venerdì 13 novembre 2020

Commiato


Sei nel vuoto e nel vento

Sei nel palpito riflesso usuale nello specchio


Sei nel lampo e nel gelo

Sei nel querulo urlo 

d'una gola cupa incisa dall'urto 

eroso delle faglie sotterranee;


Sei nel fiume e nel mare 

di falde lacrimali soverchianti

nei vuoti di memoria 

e nelle pire di pensieri paludosi

e nei ristagni incolti dei rimorsi 

immoti che barbari s'abbarbicano ai tuoi gesti.

Sei nel prato e nel clivo

Sei nel brivido corrìvo che deflette 

dall'avido percorso avìto 

e nubivago diparte a nuovi atlanti;


Sei nel verso e nel lustro

di astri che faticano a incastrarsi 

persi a posare nei gangli

abnormi di uno spazio 

che più non sa brillare. 


Sei nel canto e nel suono

e nell'Eco del mio cauto richiamarti

alla vitrea ragione del riflesso.


E ora sei nel tempo 

atro eterno imbalsamato 

che sconto a rievocare la tua assenza. 


Ovunque tu sia ora

serba qui con te questo commiato:

Sei nel mondo e del mondo

conservi ancora il caro geocentrismo

che àncora il mio cuore al tuo pensiero. 



venerdì 3 aprile 2020

Seminario su Aldo Busi



Che resta di tutto ciò che uno vorrebbe dire a proposito di Aldo Busi, sapendo che qualsiasi cosa avrà l'audacia di esprimere non è che il riciclo pallido e sbiadito di un pensiero che lo stesso Busi ebbe cura di svolgere prima di lui? Niente, direbbe l'Aldissimo, neppure una reminiscenza. 


Di saggi e articoli che si sono riproposti di analizzare o approfondire meglio il corpus letterario dello scrittore bresciano non ve n'è mai stato uno che abbia incontrato il suo favore, tacendo dell'ottimo "Busi in Corpo 11", prima monografia dedicatagli, vero e proprio Graal dove abbeverarsi per chiunque mediti di saperne di più sull'autore riuscendo nell'impresa.


E allora che farsene di un articolo come questo, se poi il risultato finale rischierebbe o di equivocarne la grandezza (scrivendone male), o di farlo assurgere a "genio" inasprendo così il suo isolamento nel panorama culturale nostrano come straniero?
"Nulla è sicuro, ma scrivi", diceva Fortini. Se così stanno le cose, tanto vale seguitare a scrivere di lui, il che significa cercare di entrare nel vivo del corpus letterario che la grafomania dello scrittore monteclarense ha avuto modo di erigere in quasi quarant'anni di onorata e fin troppo stigmatizzata attività. Ma da dove si deve partire per cercare di venire a capo della giungla tutta liane, chiome e intrichi della sua prosa? Come fare ordine all'interno della sua produzione ciclopica, che ammonta a oltre cinquanta titoli tra romanzi, racconti, saggi (o per meglio dire, manuali a uso dei rassegnati) e traduzioni senza sentirsi venire meno per lo sforzo dovuto alla malafede che ci aveva mossi in principio a tentare di imporre un ordine alla sua inesausta bibliografia?


Ovviamente, partendo dal suo primo romanzo! Il seminale Seminario sulla Gioventù, ancora oggi preso a modello da migliaia di "lettori non lettori" che ne citano in continuazione l'incipit:


Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato».


Seminario sulla Gioventù è pulsante di vita, grama, furiosa, prodiga, errabonda. Narra la storia di Barbino, più volte considerato da critica e pubblico come l'alter ego dell'autore. Busi si è sempre dissociato da una simile assunzione, ritenendo che uno scrittore, quando è veramente tale, non si immedesima in se stesso più di quanto non lo faccia con un pezzo di legno o un cespo o un cane. Vero è che nel romanzo la storia presenta fin troppi punti in comune con la biografia di Busi per far credere che sia tutta una "fiaba apocrifa" come alluso nella riga finale del testo.


Nato da una famiglia di analfabeti, Busi scappò di casa a quattordici anni. Immancabile la sua valigia di latta carica di fogli scritti o ancora da scrivere, un tesoretto che lo avrebbe accompagnato ovunque la lotta per la sopravvivenza gli imponesse di dirigersi. Visse in Europa, dividendo tra Francia, Spagna, Germania e Inghilterra il suo progetto serio e taciuto di tornare in Italia in qualità di scrittore e cittadino illustre. E la sua è una cultura europea nel senso più ampio e compiuto che ci sia; strappata a forza dalla carne viva e sanguigna dei cento lavoracci mal pagati a cui si sottopose sua sponte per evitare, più avanti, che qualcuno glieli potesse imporre senza interpellarlo; una cultura nata dall'odore delle deiezioni dei cessi nei quali il giovane Busi si rinchiudeva durante le pause dai suoi turni notturni alla Siemens, ad esempio, povero in canna ma sempre con un libro in mano, non importa dove si trovasse o quali circostanze della vita fosse chiamato ad affrontare.


Pur amando ripetere quanto la frase di Goethe "la bellezza sta nel limite" sia infallibilmente veritiera, Busi è stato un uomo di eccessi, una sorta di Carmelo Bene alla rovescia. Non aveva ancora nove anni che la madre lo costringeva ad andare al giocattolificio Polli a fare da falegname una volta finita la scuola. Una formazione intellettuale, la sua, nata dalla miseria:


Ho frequentato solo le medie, lavorando prima, durante e dopo. Venivo da una situazione scolastica sfortunata, infelice: ho capito solo dopo che è stata, invece, fortunatissima. Ho dovuto studiare da autodidatta e ho scoperto che proprio questo, considerato come una tara inemendabile, era il viatico dell’invenzione. E a parte che mi ha costretto a confrontarmi con migliaia di testi in svariate lingue come nessun sistema scolastico al mondo contempla.


Ho accennato al fatto che di giorno lavorava e di notte studiava. E sempre mestieri duri, pesanti, manuali, con turni superiori alle dodici ore, ora come sguattero, ora come operaio, ora come lavapiatti, ora come manovale, spesso dormendo sotto i ponti o sulle panchine, come a Cortina, quando fu salvato da una signora che gli buttò nel gelo della notte una coperta addosso. Fu grazie a questo aspro e durissimo apprendistato che Busi imparò a parlare perfettamente inglese, tedesco, francese, spagnolo e italiano, considerando la nostra una lingua straniera al pari delle altre, perché il suo primo idioma fu il dialetto bresciano.


Innamorato delle parole come qualunque donna o uomo desidererebbe che il suo partner fosse nei suoi confronti, sin da bambino Busi lesse di tutto, a partire dai dizionari:


Li chiesi in prestito e li lessi dalla prima pagina all’ultima, tutte le voci, capendo o non capendo, non aveva importanza. Ricordo ancora con struggimento il colore rosso amaranto delle copertine. Non scrivevo soltanto: facevo cose che normalmente ai bambini non interessava fare, leggere tutto, dalle targhe automobilistiche ai titoli di coda delle locandine dei film, quelle mansioni di tecnici del suono e della luce così inconsuete nei centri rurali, alle istruzioni sui bugiardini dei medicinali, quei nomi così impronunciabili e misteriosi di origine greca e, se posso, un bel po’ stronzica. 


Una cultura sterminata, la sua, una fame bulimica di conoscenze slegata da qualsivoglia altare istituzionale o di regime:


Io non arrivo dalla biblioteca, io arrivo dall’onomatopea. Dal grido, che è ancora inarticolato e che io devo articolare. Devo articolare in alfabeto, in una struttura sintattica. Non sono un letterato – poi magari lo sono anche diventato, come sono diventato anche ballerino…»


Una cultura, soprattutto, che non coglie impreparato colui che ne sia tanto affascinato da prostrarsi a conoscerla senza farsene impossessare, ma tenendola a bada, controllandola e riducendola a una delle tante forme attraverso cui interpretare alfabeticamente l'esperienza. Questo è il compito che si è sempre prefissato Busi fin dai primi vagiti d'infanzia, quando capì che il suo futuro sarebbe stato pieno di pagine inchiostrate:


Sapevo che sarei diventato uno scrittore a 8 anni, quando i miei temi li facevano leggere ai bambini di V, fino a quando feci entrare la realtà a scuola scrivendo le bestemmie che sentivo, e fu un disastro. Del resto a 14 anni ero omosessuale dichiarato ma avevo scoperto di esserlo a 3.


La consapevolezza civile che anima l'indole barbina di Busi lo ha reso uno degli scrittori viventi più importanti che l'umanità possa contare menandone vanto. Valga un altro passo preso da Seminario sulla Gioventù a testimoniare la perizia stilistica e la verbosità squisitamente creativa della sua scrittura viva e scattante e densa come un dissanguamento venoso:


L'altro giorno ho fatto da manovale a mio fratello Dolfo. Non c'è niente di più obliante che il sentirsi le vesciche sui palmi delle mani che si gonfiano e si spaccano e ricrescono e si rispaccano, sino a che non si è fatto il callo. È un dolore sopportabile, non fosse altro perché per un manovale o un muratore o un piastrellista è inconfessabile. (...) Il dolore sussiste e è inutile a tutti gli effetti. Tanto vale tacerlo alla radice. Se lo taci tu, ha voglia lui di gridare. Fortuna che poi, con l'andar del tempo, i palmi si calcificano come la malta che hanno voltato e rivoltato e trasportato nei secchi; fortuna che la sofferenza si stratifica e non è più tale, diventa un'abitudine non più logorante di tante altre e chi è costretto a fare della sofferenza un mestiere per tutta la vita non ne ride più neanche per scherzo (...).


La sua prosa è magma in divenire, una colata lavica di neologismi nati dalla scorza di frasi, sintagmi e parole note e risapute quando non abusate, da lui rimesse a lucido. Il processo di rinnovamento linguistico adoperato da Busi è la conseguenza di una lotta brutale per la sopravvivenza. A compierla sono i morfemi, le unità minime di significato che il linguaggio busiano forza oltre le loro possibilità espressive tenendo conto, tra tanto ansare, del contesto storico di riferimento e della capacità di ciascun morfema di resistere alle sirene del tempo, di rendersi cioè appetibili anche per il futuro più lontano. Perché ciò avvenga è necessario che l’impasto scaturisca da un atto di ribellione nei confronti delle stesse strutture linguistiche sedimentatesi nel corso dei secoli che lo scrittore ha il dovere di rimettere in discussione per far sì che possano dirsi capaci di riflettere la società che ne fa uso di volta in volta:
Bisogna ribellarsi fintanto che si è a tempo, fintanto che ciò che subiamo non viene a tal punto interiorizzato e fatto nostro da sembrarci così e basta; bisogna espellerlo, creare un margine fra sé e la propria sofferenza, non permetterle di fagocitarci, di usare i nostri pronomi al nostro posto, non lasciarle dire "io"; bisogna ribellarsi sempre, ributtarla fuori, in faccia a chi ce la fa subire, sconfiggerla o farne un'arma tagliente sempre sospesa, che serva come contrappeso nei contratti, che diventi denaro contante, cioè capitale, cioè forza contrattuale. 

Il percorso narrativo di Busi si articola tematicamente in due tronconi tra loro interconnessi: lotta all'ipocrisia in tutte le sfumature in cui è screziata, e analisi dell'aspirazione umana alla stupidità da cui essa non è mai riuscita a emanciparsi. Per arrivare a tali traguardi, Busi capì che non era sufficiente limitarsi a denunciare le ingiustizie là dove si avesse prova di trovarle; era bensì necessario rendersi intangibile a qualsiasi forma di stortura morale, quindi etica, si avesse di fronte. 

La libertà, per uno scrittore, sta tutta nella sua abilità a essere inattaccabile, lindo, esente da minacce o ricatti tali da comprometterlo. Uno scrittore deve usare l'alfabeto come più gli aggrada, senza preoccuparsi in alcun modo se quanto di ciò che scrive possa colpire, turbare o ledere i sentimenti altrui.


Ma in che modo si può ottenere una simile libertà espressiva? Come si può perseguire un simile percorso tanto accidentato e pieno di tentazioni più che il deserto dove Cristo si trovò a peregrinare? Ancora una volta, la risposta busiana è eccelsa:


Con l’ostinazione e il limite da superare piolo per piolo, senza scavalcarne mai uno solo lasciando a briglie sciolte l’ambizione artatamente liberata dal morso del senso della disciplina dovuta per non scambiare una proiezione con la realizzazione della cosa desiderata. Si deve insistere e perseverare nella disperazione, nella disarmonia, nella frustrazione, nel sentirsi messi in un canto o in castigo non si saprà mai bene perché. Io è come se fossi sopravvissuto a sessantasette campi di concentramento, ma non ho mai perso di vista quello che volevo: scrivere. Magari mi sarebbe piaciuto anche vivere, ma m’interessava molto di più scrivere, forse perché vivere era al di sopra delle mie effettive possibilità. Ecco perché mi fanno ridere le scuole di scrittura, che con tutto questo c’entrano poco, anzi, nulla, peggio, c’entrano, sì, qualcosa: i soldi che costano. Una truffa concordata tra le parti. Mi mantengo sul banale: un corso di scrittura creativa è persino nocivo se non si ha prima di tutto l’impulso di imparare a memoria almeno alcune delle Metamorfosi di 
Ovidio in latino prima di mettere “Mah!” nero su bianco.


Il lettore concorderà con me che ogni frase espressa da Busi acquista una luminosità che ti fa scendere subito a patti con ciò che in cuore tuo avevi sempre sospettato di intuire rifiutandoti di dirlo per la noia dello sforzo che ti sarebbe costato. E lo fa con una naturalezza tale da lasciare tramortiti. Per questo non ha molto senso perdere tempo a spiegare o analizzare le sue opere, romanzi, saggi, novelle o traduzioni che siano. Busi non è un intelaiatore di trame, ma uno scrittore che usa la lingua per perforare la coscienza sporca o l'incoscienza travestita da enciclopedismo del genere umano tutto. Concedendosi nel mentre una sana dose di piroette:


Quello che ho scritto di me, nei libri, è, in termini di cattiveria e di diffamazione in senso corrente, infinitamente superiore a quello che chiunque altro può mai sognarsi di dire. Perché io racconto anche le fantasie censurate, la zavorra dei sogni, il logorio della psiche senza oggetto a sé esterno, snido quello che attraversa la mente prima di farsi parola ufficiale. E questo non lo fa nessuno: perché lì c’è l’inferno, e io volevo banalizzarlo superandone i limiti»

Anticlericale fino al chiaro dei polpastrelli, nemico giurato della Chiesa cattolica e in egual grado di tutte le altre religioni e professioni di fede, Busi annienta ogni forma di devozione che si mostri mediata dall'asservimento a un potere quale che sia. Pensiamo ad esempio alla meraviglia del romanzo Suicidi Dovuti, che racconta le confessioni di Giuseppe Pigliacielo, campanaro in seconda e sagrestano mancato accusato dagli abitanti di Pieve di Lombardia di essere uno stupratore. L'accusa è falsa, e Giuseppe, stanco di non essersi mai messo in mostra per denunciare lui per primo i crimini compiuti dalle stesse persone che lo additano come mostro e di cui è sempre stato a conoscenza, decide di non prestarsi più al gioco che la sua figura di individuo fallito, mediocre e timoroso gli ha imposto di seguire per tutta una vita. Nel testo (così come in ogni altra opera busiana) pullulano sempre cenni, echi e spunti che rimandano al carattere predominante di un dato personaggio, quasi sempre portatore di una forma più o meno esplicita di negligenza o ipocrisia. Pensiamo al tremendo e mirabile gioco di parole che accompagna la scelta dei nomi, da Bocchino Rosa d’Oro a Dioticuri a Eva Ficabonda a innumerevoli altri.


Non c’è genere o campo dello scibile umano che Busi non tranci con la limpida lama delle sue esalazioni verbali. Ne è un esempio Sodomie in Corpo 11, "non viaggio, non sesso e scrittura", prosa autobiografica e al tempo stesso resoconto di viaggio, diario e collezione di riflessioni a metà tra il lirico e il saggistico. Il libro si rivela inoltre nella parte centrale un denso e utilissimo breviario a uso dei futuri scrittori o aspiranti tali, data la mole di consigli che si prodiga di fornire a partire dalle letture suggerite, alle mail di presentazione da inviare alle case editrici, a molti altri dettagli che un writer wannabe ha l'assoluto divieto di ignorare.


L’ottanta per cento della popolazione italiana avrà sentore di Busi per via delle sue incursioni televisive, l’Isola dei Famosi in primis. Ma la presenza dello scrittore monteclarense nei salotti tv-related non ha mai mancato di creare cultura. Ovunque vada, Busi è sempre capace di dettare legge e imporre i suoi tempi comici e autoriali in primis. Prova ne è che non appena la sua figura barbina entra nelle grazie della telecamera, non ce n'è più per nessuno. La sua statura supera chiunque, la sua voce affossa tutti, il suo sapere erompe e soverchia e scuote come un'esondazione qualunque forma di equilibrio psichico possa credersi capace di resistergli. Chi spera, invitando Busi in una trasmissione, di sfruttare la sua persona per creare caciara e ridicolizzarlo esce sempre con le ossa rotte. 


Pensiamo ai bellissimi balletti dialogici intercorsi tra lo scrittore monteclarense e Dario Bellezza, a Mixer Cultura (1987). Per l'occasione Busi dominava la scena seduto al posto del presentatore, un Arnaldo Bagnasco ammutolito e con la coda tra le gambe come non lo si vide mai. E come tacere poi della splendida figura che Busi ebbe modo di interpretare a Uno Contro Tutti, show condotto da Maurizio Costanzo dove si distinse tanto per il virtuosismo dialettico quanto per una serie di frasi provocatorie che, pur essendo parte di un ragionamento a monte molto più profondo, gettarono nel panico la pletora di spettatori benpensanti accorsi per puntargli il dito contro additandolo come pedofilo, allorché il nostro espresse la sacrosanta distinzione tra minori e bambini; se gli ultimi appartengono sicuramente alla categoria dei primi, lo stesso non si può dire dei minori.
Impossibile non equivocare il discorso di chi, per principio, rifiuti che il suo eloquio rifulga d'altro che di ciò che lo connota: il suo significato fondante, la sua essenza, la sua radice, mondata da ogni patina aggiuntiva che ne possa corrodere la scorza. Indomito, spiritoso e temerario, Busi diresse per anni una collana denominata "I Classici Classici", specializzata nella traduzione di capolavori letterari stranieri come italiani. 


Tra questi, merita menzione il Decamerone, riscritto dalla penna mirabolante dello scrittore monteclarense in modo tale da poter essere al passo con i tempi attuali, perché sappiamo tutti quanto gli "originali più autentici siano proprio quelli sottoposti a costanti revisioni e mutilazioni e reintegrazioni, e in questo sta la loro vitale inossidabilità.


I classici, se davvero sono tali, sono carichi elettricamente, e irradiano energia di secolo in secolo avendo cura di sopportare ogni genere di menomazione: pensiamo alle estrapolazioni de-contestualizzate che riducono gli originali a una manciata di aforismi a uso di un pubblico di bocca buona. O all'orrore dei libri distillati, vero e proprio crimine contro l'umanità fortunatamente imploso ed estinto dalla memoria del mercato editoriale. La traduzione del Decamerone fu un successo che neanche le critiche più puriste riuscirono a oscurare, anche se molti ancora si domandano fino a dove sia lecito spingersi in simili operazioni di riscrittura.
Per rispondere alle perplessità di cui sopra, il saggio busiano Sulla Traduzione, oltre a essere un vero e proprio gioiello di felicità linguistica tanto è scritto bene, risulta assolutamente importante per aiutarci a capire quanto a fondo giochi, nel lavoro di Busi, la questione della fedeltà traduttiva:  


Tra-durre, dunque, portare e portarsi da un luogo all’altro (e possibilmente fare ritorno, poiché il vero viaggio lo si fa di nuovo verso casa), a me sembra il corrispondente a terra del viaggiare per mare fino a pochi secoli fa: mercantile, guerrafondaio, colonialista, deportazionista, piratesco sempre. Non c’è niente di pacifico e di crepuscolare nel navigare dei nostri avi, nemmeno la fuga dell’esule e dell’esiliato e del perseguitato concilia lo spostamento forzato con un qualche romanticismo. Navigare era una faccenda terribilmente materiale e drammatica, di vita o di morte, che escludeva ogni spirito di avventura per l’avventura: si navigava per un traguardo ben preciso, ben pianificato, anche se poteva essere erroneo l’approdo come per Colombo. Nell’epoca moderna non si è navigato per piacere o tanto per fare o “per dimenticare”, un amore infelice o tout court, fino a quasi la comparsa di Internet.


Come si fa a restare impassibili di fronte all'eccelso virtuosismo espressivo che trapela dalla scrittura busiana anche in passaggi più istituzionali come il seguente, allorché paragona la traduzione a un processo di potatura facendoci sentire e immaginare perfino gli scricchiolii della corteccia?


E ogni Bravo Traduttore, pur di conservare intatta la radice e più gemme possibili, si assume di decidere quali sono i rami morti da tagliare; se invece è affetto dalla mania e dalla mitomania integraliste di trapiantare tutto l’albero da un certo clima in un clima a esso del tutto alieno (per epoca, convenzioni, linguaggio, registri) e costruendogli attorno artificialmente un paesaggio vero per rendere più verosimile lo sforzo mimetico, avremo  sì, in apparenza, un albero intero e integro ma in sostanza di morta segatura che non dà alcun frutto. Non c’è innesto riuscito senza previa potatura.

La sua è una scrittura sovrabbondante, esplicita, verbosa, colta solo quando ritiene che si debba esserlo. Padroneggiare la totalità delle possibilità espressive di una lingua mai senza censurarsi è il E la linea che Busi traccia per distinguere tra scrittore e scrittore, o meglio, tra scrittore e  autore, è ineludibile:

Io faccio la distinzione fra scrittori e autori, perché lo scrittore in Italia sono io, autori ce ne sono mille. Io non riconosco l’esistenza di un solo altro scrittore italiano. Punto e basta. Non esistono, perché hanno troppe servitù e dipendono da questo e da quello, dal politico, dall’università, dal giornalista, dall’industria, dalla lobby. Devono versare troppi oboli. E chi versa un obolo non può disporre della libertà totale, o la più vasta possibile, verso la critica sociale. Uno scrittore che non applica la critica sociale, che scrittore è? Fa la novelletta, l’aneddoto. Fa la trama».

Uno degli aspetti che ammiro maggiormente di Busi è la sua perseveranza a empre da solo, supportato unicamente da se stesso e dalla sua inesauribile attitudine al confronto pubblico con chi gli impediva di vivere la sua sessualità da cittadino; lotte infinite contro i tarli dell'omofobia, bacillo infame che contagia soprattutto quanti si professano dalla parte delle cosiddette "minoranze" e poi sono i primi a sommergere di insulti, battute e frecciatine maciste, retrograde e fasciste il primo omosessuale dichiarato che gli si pari davanti. Come se essere omosessuale o essere eterosessuale significasse qualcosa. In natura, precisa Busi, esiste solo la sessualità. E a che pro seguire la rotta dei progressi tecnologici, se tanto alla radice la carie rimane sempre e inemendabilmente la stessa che da secoli logora i rapporti umani in una lotta spietata per la sopravvivenza pure all’interno della medesima specie?


… Galilei, Keplero, Newton, Einstein, Hawking, Jobs, Gates e tutti i trivia in cielo, in terra e negli inferi antropologici dell’intelligenza artificiale… se era per arrivare a questo punto altrettanto morto della stessa sanguinaria inimicizia tanto valeva restare nelle caverne. Niente è mai cambiato e niente mai cambierà grazie alla scienza se l’uomo non cambia la propria natura: ma come, riesce a plasmare la materia e non riesce a plasmare la propria? Non capisco perché ancora non abbia mai preso in considerazione l’unica scienza alla portata di tutti e risolutiva dei suoi mali: l’autoviolenza etica. 

Sono trascorsi trentacinque anni da quando il meteorite Busi precipitò per la prima volta sulla nostra Terra editoriale. L’ultimo suo libro si intitola Le Consapevolezze Ultime, ed è un J’Accuse dal sapore malinconico e sofferto. Intendiamoci, la forza espressiva è rimasta intatta, così come la rabbia dello scrittore nei confronti dei corrotti imprenditori ai quali ha la malaugurata ventura di sedere accanto durante la cena mondana. Ma il periodare si è fatto più ampio, nodoso, frastagliato, come un sottobosco tropicale che impedisca di vedere il benché minimo frammento di cielo anche incaponendosi a tenere la testa in su.

La prosa busiana corrente è una prosa segnata dalla resa a una consapevolezza cosmica di non essere servito a nulla. Ad esempio agli amici, rei di non essere capaci di stare in piedi sulle loro gambe data la loro irrefrenabile brama di stare zoppi per godersi il diritto di dipendere dalle stampelle di qualcun altro:

Aiutare qualcuno non serve a niente perché non puoi cambiargli l’indole parassitaria, paranoica, mitomane, cannibalica, di fascista falsario con se stesso né fargli capire che aiutarlo significa innanzitutto aiutarlo a aiutarti affinché sia aiutato a fare a meno di te e dunque di chiunque.

Consapevole che la vita è sopravvalutata e gli esseri umani altro non sono che dei corpi desideranti incapaci di partorire pensieri che si discostino dalle tristi onomatopee della pancia e dello sfintere, quando va bene, Busi si accommiata dalla cena con la disperazione di chi sappia di avere dato tutto per un’umanità che non si è mai curata di accettarlo, un’umanità che predilige idoli di legno e moniti monastici a eroi che le rammentino che nessuno può ergersi a idolo di chissà che cosa. Ma a uscirne sconfitto è sicuramente l’homo “sapiens”, non di certo colui che, avvinto a una concertazione bibliografica durata un quarantennio, non si è mai risparmiato, viaggiando, patendo, lavorando, nel nome di un amore intellettuale per gli altri di fronte al quale non potremo mai dirci grati a sufficienza.

mercoledì 16 ottobre 2019

Soliloqui autunnali


Che chiosi calando, sole che t'attardi? Forse
che ti cerchi l'ora della Luna mesta?

Languida e pensosa e solitaria
te fuggiva tra i cuscini

e dalle sue dita cascavano stille
sterili, di pioggia, che il poeta raccolse
e ora a te porge, o sole che t'attardi!

Mai così porose le stagioni
quanto le mie mani, cui piovono spiri sommessi.

Che chiosi attendendo, poeta che t'attardi?

Come mi sporsi a porgere le labbra
al vespro che fioriva per noi due,
ecco che tu hai preso ad occultarti.

Che chiosi nascosto,
che chiosi, o pallido eliotropo
del mio cuore?





 

domenica 19 maggio 2019

Berlinguer

Ora, a tutti è noto che un popolo di sordi e di muti non può ispirare nulla di buono. Esso è imprevedibile e cade facilmente preda delle suggestioni del primo venuto, quando poi, ancor peggio, non giunga ad autosuggestionarsi con mezzi suoi propri.

giovedì 2 maggio 2019

Non perdere occasione di amarmi proprio come intendi tu. Amiamoci alla nostra maniera. Non disancoriamoci alla dura legge delle pallide occasioni fuggitive. Amiamoci comunque. No es necesario vedere entrambi la medesima forma, udire entrambi la medesima scala musicale. Basta amarsi e unire le proprie visioni e percezioni in qualcosa di diverso, che proprio in quanto tale sarà capace di sorprendere entrambi. 

venerdì 19 aprile 2019

Romeo


Non esistono parole di cordoglio che possano sperare di aderire al groppo in gola che mi viene nel tributarti l'ultimo saluto. Sei stato un compagno, un amico, un confidente e un infaticabile rompiscatole. Mi sento rodere le ossa al pensiero che ora in questa stanza il vuoto è così assordante senza il dolce e ritmato frr frr delle tue fusa. Avevi appena due anni e mezzo, ma la tua curiosità era tale che non ti sei fatto problemi a imitare Odisseo, sprezzante all'idea che "l mar" potesse richiudersi sopra di te. Non ti avrebbe fermato nulla nel tuo anelito alla scoperta del mondo circostante. Eri come il Don Chisciotte di cui amavo tanto decantarti le disavventure, comparandole spesso alle mie. Con te si poteva parlare di tutto. Ti mettevi a impastare la copertina di pile grigia e i tuoi occhi saettavano da un punto all'altro della camera come volessero capire in che diavolo di direzione si dirigessero le parole che pronunciavo. Quando poi ti eri stufato di impastare, provvedevi ad acciambellarti e ti preparavi a sonnecchiare per almeno sei ore buone, se non c'erano disturbi, se il letto era comodo a sufficienza e i grattini alla testa che ti davo erano buoni abbastanza da persuaderti ad assopirti.

Come ti piaceva svegliarmi ogni volta alle 4.00 del mattino per poter dare sfogo alla tua febbre da Magellano in giro per il quartiere, non prima, ovviamente, di un'abbondante colazione. E le notti in cui scendevi sul mio letto e con furia ti accoccolavi sulla mia pancia, segnando come un sismografo impazzito infinite vibrazioni accompagnate da sonori e famelici sbadigli; e i momenti in cui ti piazzavi davanti alla porta del bagno, seduto e pensieroso, e guardavi la rampa di scale e io ero troppo stanco e assonnato per darti retta e volevo solo che tu scendessi al piano terra e poi fuori in giardino permettermi di tornare a dormire, che di lì a un paio d'orette avremmo sentito di nuovo i tuoi struggenti e disperati miagolii in attesa di un'altra sessione di abbuffate. 

Non so se sarei riuscito a trasmetterti più amore di quel che ho cercato di comunicarti in questo celere distico d'anni. So solo che mi manchi, Romeo, mi manchi da impazzire e stasera sarà orripilante non sentirti più graffiare la porta per entrare e salire sul letto che hai scelto come tuo giaciglio personale. Sarà così obliante dover fare a meno del poetico alfabeto dei tuoi gesti, il tuo sguardo, le palpebre sì tanto allenate a levarsi e abbassarsi lentamente, così penoso il fatto di non poter più contare sulla tua preziosa e inestimabile presenza. Corri a trovarmi nei sogni, Romeo, che la solitudine mi azzanna.